Per partecipare alla seconda edizione del “Premio Nazionale Guglielmo Gasparrini”, che si è tenuta a Castelgrande sabato 19 luglio, mi sono seduto in fondo alla bella piazza caratterizzata dal bianco delle sue pietre calcaree, proprio davanti al busto che riproduce le fattezze del botanico a cui è dedicato il premio. Mi sembrava il posto migliore per ascoltare in compagnia del muto protagonista. E quando il presidente del comitato che ha indetto il Premio, Masi Giuseppe, ha ribadito l’idea di fondo che guida questa manifestazione, mi è sembrato di udire una voce che diceva: “era ora”. Istintivamente mi sono girato, ma ero solo, anzi vi era solo il busto che consideravo muto. Era una di quelle strane situazioni in cui i pensieri diventano improvvisamente pesanti e assumono una loro consistenza tanto da sembrare provenire dall’esterno, di essere la voce di altri. Mi sono lasciato trasportare da questa suggestione ed ho colto la soddisfazione del Gasparrini perché si inizia a parlare di lui e, come ha sottolineato il sindaco Francesco Cianci, si può costruire uno sviluppo locale legato al suo illustre nome. Ma anche una nota di rammarico per i tanti lustri trascorsi senza citarlo, per le erbe che lui ha classificato e di cui ci siamo dimenticati. E quando Leonardo Lozito, vicepresidente del Premio, ha esposto la proposta del comitato di valorizzare la sporchia, una pianta studiata e classificata dal Gasparrini, ho avvertito un “oh” di gradimento, che si è ripetuto durante l’intervento di Valentina Di Carlo dell’Associazione Inti, che gestisce il Parco dei Colori dedicato proprio a Gasparrini,e della professoressa dell’Università della Basilicata Simonetta Fascetti che ha inquadrato il lavoro del nostro botanico nel contesto culturale e politico dell’Ottocento.
Quando poi il prof. Domenico Pierangeli dell’Unibas ha riferito dell’impegnativo lavoro svolto dal Comitato scientifico da lui presieduto per scegliere gli elaborati più meritevoli tra le tesi giunte, mi è sembrato di sentire un “come ti capisco!” che evidentemente riandava con il pensiero agli anni di insegnamento all’università di Napoli e di Pavia. Alla proclamazione dei vincitori: Eliana Taliano e Daniele Pantaleo, prevenienti dalle università rispettivamente di Torino a Pavia, mi è sembravo di sentire un sospiro di compiacimento perché vedere dei giovani impegnati a tutti i livelli nel rispetto della natura è certamente un buon segno, ma anche perché uno di loro proviene proprio da quella città, Pavia, che donò al nostro Gasparrini gli anni più belli della sua vita. Una vita spesa per la ricerca e lo studio, riconosciuti a livello internazionale, di cui qui in piazza era possibile cogliere qualche aspetto attraverso la piccola mostra di attestati originali esposti.
Non c’è che dire: motivi perché il busto muto di Gasparrini iniziasse a interloquire con i presenti ce ne sono stati e la manifestazione del Premio, introdotta e guidata dalla giornalista Eva Bonitatibus, ha segnato una nuova tappa di un percorso che è ancora molto lungo, certamente migliorabile con la partecipazione attiva di più attori. Ma il percorso è segnato.
l.s.

