Il cinquantesimo anniversario della Diocesi di Tursi-Lagonegro mi induce a una riflessione che va ben oltre il significato religioso della ricorrenza. L’8 settembre 1976 la Sede Apostolica stabiliva l’attuale denominazione della Diocesi, riconoscendo anche nel nome il ruolo di Lagonegro all’interno di una storia ecclesiale comune. Cinquant’anni dopo, gli appuntamenti celebrativi di maggiore rilievo si sono concentrati in altri luoghi, lasciando alla nostra città un ruolo che appare marginale rispetto al significato storico della ricorrenza. Non ne faccio una questione campanilistica. La Chiesa non appartiene a un territorio più che a un altro e la fede non conosce graduatorie di importanza. Ma proprio per questo mi domando come sia possibile celebrare pienamente una storia comune senza attribuire adeguata centralità a una delle comunità che quella storia contribuiscono a rappresentare persino nel nome. Lagonegro non chiede un privilegio. Chiede di non diventare periferia nella memoria di una Chiesa della quale è parte integrante. Ma questa circostanza apre una riflessione più profonda: la progressiva perdita di centralità del nostro paese è soltanto il risultato di scelte occasionali oppure è anche la conseguenza di un lento impoverimento culturale, maturato in anni di contrapposizioni, personalismi e divisioni? Credo che alla radice vi sia soprattutto una crisi della funzione di guida. Non sono mancate persone ai vertici delle istituzioni civili e religiose. È forse mancata, troppo spesso, la capacità di esercitare le proprie responsabilità attraverso l’esempio, l’indipendenza, il coraggio e il rispetto delle coscienze, anziché attraverso le appartenenze. Quando viene meno questa funzione, il dissenso rischia di diventare ostilità, l’autonomia di pensiero una colpa e il conformismo una garanzia di affidabilità. Chi non piega supinamente la propria coscienza al potere finisce talvolta per essere considerato imprevedibile, inaffidabile, persino privo di equilibrio. È un’involuzione silenziosa che non nasce oggi e che non appartiene a una sola stagione politica. In questa prospettiva colpisce la recente lettera pubblica dell’assessore comunale al Turismo e alla Cultura indirizzata a don Mario Tempone, nella quale viene richiamato il presunto gradimento del sacerdote per la lista elettorale da me rappresentata. Non è il riferimento alla mia persona a interessarmi, ma il principio: da quando una simpatia politica può diventare un criterio per giudicare la libertà di pensiero di un cittadino? E perché un sacerdote dovrebbe vedere richiamata la propria veste religiosa, quasi che questa comportasse la rinuncia alla libertà di coscienza? Le offese personali vanno condannate, ma la critica non può essere confusa con l’aggressione né delegittimata sulla base delle appartenenze. Questa riflessione riguarda anche la nostra dimensione religiosa, a partire dal culto mariano, profondamente radicato nella storia di Lagonegro, che dovrebbe rappresentare soprattutto un’occasione di fede, carità, umiltà e accoglienza. Avverto il rischio che la dimensione esteriore delle celebrazioni finisca per prevalere su quella spirituale e che ciò che dovrebbe unire diventi, anche involontariamente, un’ulteriore espressione di appartenenza sociale. La carità non distingue tra amici e avversari. E la fede non dovrebbe mai riprodurre le divisioni della politica. Non cerco colpevoli, né sostengo che le scelte della Diocesi siano state condizionate dalla politica locale. Mi domando, piuttosto, se le istituzioni civili, le comunità parrocchiali e quanti rivestono responsabilità pubbliche e spirituali abbiano saputo custodire e rappresentare adeguatamente il ruolo di Lagonegro. La politica deve conoscere i propri confini. La Chiesa deve custodire la propria autonomia. Entrambe, nei rispettivi ambiti, hanno la responsabilità di non lasciare che una comunità si impoverisca nelle divisioni. Lagonegro non ha bisogno di rivendicare primati. Ha bisogno di ritrovare fiducia, libertà e senso di appartenenza. Perché un paese non perde la propria centralità soltanto quando gli altri smettono di riconoscerla. La perde quando, per mancanza di guide e per abitudine alle divisioni, smette di riconoscere il valore delle persone che ne fanno parte. Avv. Concetta Iannibelli Consigliera comunale di Lagonegro
